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LA NUOVA SFIDA DI MONICA GUERRITORE

[di Daria Ciotti]

«VOGLIO TRADURRE IN IMMAGINI LA MIA VISIONE DI UNA STORIA REALMENTE ACCADUTA»

L’attrice, dopo 33 anni di carriera sul palco prova la nuova avventura dietro la macchina da presa: “L’assassinio della contessa Trigona”.

Monica Guerritore, musa bambina di Giorgio Strehler che la volle a 15 anni nel suo Giardino dei Ciliegi, dopo trentatré anni di carriera sperimenta una nuova avventura. Ha appena iniziato la preparazione del film L'assassinio della Contessa Trigona, da lei scritto, diretto e interpretato, e prodotto dalla Vis-a-Vis Cinema. E' la storia realmente accaduta dell'omicidio di Giulia Trigona ad opera del suo amante, Vincenzo Paternò, che subito dopo tentò il suicidio. Ricostruito grazie ai verbali originali del processo, il film si avvale della collaborazione di artisti quali Andrea Camilleri, alla supervisione dei dialoghi, e Fabrizio Gifuni nel ruolo del Barone Paternò.

Come nasce la sua avventura con la Vis-a-Vis Cinema?

«Nasce con Giovanna D 'Arco, lo spettacolo teatrale che ho scritto e diretto e che la Visavis ha prodotto. Quando poi ho proposto a Marina Spadaro la sceneggiatura de L'assassinio della Contessa Trigona, lei ha deciso di investire su di me e il sogno e diventato realtà».

Da dove e ‘ nata I'idea di realizzare un film sulla figura della Contessa Trigona e sulla Sicilia dei primi anni del Novecento?

«E' nata leggendo. Leggo moltissimo, sono sempre alla ricerca di personaggi che stuzzichino la mia curiosità. Quando ho letto la raccolta Amori crudeli (il film e tratto da un racconto incluso nel libro, ndr), sono stata colpita da questa storia a causa dell'incomprensibilità del suo momento finale. E' straordinario che Giulia Trigona si sia avviata verso la sua fine, e abbia fatto anche l' amore con Vincenzo Paternò, pur sapendo ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
Ho voluto portare alla luce questi due personaggi allontanandoli dallo stereotipo della donna-vittima e dell'uomo-carnefice. In questa storia Giulia Trigona è sì una vittima, ma anche una martire.
Il dramma della protagonista nasce, però, ben prima di quel 2 marzo 1911. Esattamente, il 27 dicembre 1908, la notte del terremoto di Messina quando, dopo aver scoperto il tradimento del marito, Giulia Trigona perde anche l’amata sorella Lina, che le aveva chiesto di raggiungerla. Il terremoto simboleggia una devastazione tanto esteriore quanto interiore, che dà il via a una serie di eventi tra i quali l'incontro con Paternò.
A convincermi ha contribuito anche l' entusiasmo del direttore della fotografia Marco Onorato e di Andrea Camilleri, che spero darà ai dialoghi un'architettura che solo un poeta come lui sa imprimere a una storia di questa genere».

II film mescola molti generi: e un biopic, ispirato a fatti storici, tratto da un'opera letteraria, che a sua volta è basata sugli atti ufficiali di un processo dell'epoca. Qual e lo stile predominante?

«Lo stile e’ la realtà fissata dai dialoghi veri del processo. C' e molto rigore nel raccontare i fatti e i personaggi cosi com' erano veramente, ma ho deciso di far intervenire la Contessa, già morta, come spettatrice e commentatrice di quanto le accade intorno, per avere anche il suo punto di vista e poter capire meglio la sua personalità».

Ognuno dei personaggi racconta la sua versione dei fatti avvenuti il 2 marzo 1911. Come definirebbe la narrazione?

«Ci sono tre livelli di racconto: quello in cui Giulia Trigona racconta, ma pur sapendo tutto non può raccontare la sua verità, essendo ormai morta. Poi ci sono la verità raccontata e quella reale. Attraverso le deposizioni "reali" abbiamo un quadro d'insieme che comunque non collima con la realtà dei fatti. Nelle deposizioni ci sono
molte contraddizioni, a volte vediamo rilasciate versioni diametralmente opposte dello stesso fatto. In sintesi, ci troviamo di fronte a un noir senza soluzione che, anzi, alla fine apre un'altra porta sulla vicenda».

Lo ritiene un film "cubista", che attraverso le molte sfaccettature di una sola realtà ne riesce a dare una visione d'insieme lineare?

«Non lo definirei cubista. Ci sono tanti fili logici che si intrecciano in questo film, non una verità univoca. Ci sono nodi che vengono sciolti e verità che restano avvolte nel mistero. Per citare Shakespeare, questo film "è fatto della stessa materia dei sogni". Sto cercando di dare corpo a una visione, a un sogno. Nel sogno si ha la liberta di proporre altri mondi pur parlando di fatti realmente accaduti».

Secondo quali criteri ha scelto il cast?

«Al momento ho solo tante proposte: mi piacerebbe lavorare con Alessandro Preziosi, che vorrei nel ruolo di Ignazio Florio. Nei panni del commissario, che si mette a indagare perché non crede alla versione ufficiale dei fatti, vedrei bene Massimo Dapporto o Sergio Castellitto. La cameriera/confidente della contessa (che forse è anche colei che l'ha tradita con il marito) è Iaia Forte. Nei panni di Romualdo Trigona avrei pensato a Ennio Fantastichini. Siamo un gruppo di attori (me compresa) che da forza a un progetto fuori dagli schemi. Abbiamo un linguaggio comune che ci aiuta a realizzare un tipo di cinema che definirei "strano".
Patemò, l'amante assassino, bello e maledetto, richiede un attore particolare. Avevo pensato a un attore come Riccardo Scamarcio, che del "bello e maledetto" ha tutte le caratteristiche. Ma Paternò ha uno spessore quasi inafferrabile, avevo bisogno di un attore che avesse certe caratteristiche fisiche ma anche un certo non so che a livello emozionale. La scelta è caduta su Fabrizio Gifuni: ha nello sguardo una malinconia e una segretezza inafferrabili, che danno al suo personaggio uno spessore palpabile.
Il rapporto tra Paternò e Giulia Trigona è segnato fin dal primo incontro, durante il quale i due si riconoscono come appartenenti l'uno all'altra. La contessa dice: ''Non sempre colui che incontri per la prima volta è uno sconosciuto". E' quanto accade ai due protagonisti: sanno che il loro destino è segnato».

Nel corso della sua carriera ha avuto esperienze teatrali, cinematografiche e televisive. Qual e il genere a lei più congeniale?

«Non posso fare una scelta. Ciò che mi affascina realmente è il racconto, a volte sento urgente la necessità di raccontare qualcosa e scelgo il mezzo più adatto. La storia della Contessa Trigona non poteva che essere portata al cinema, nella totale libertà di raccontare qualcosa di enigmatico senza la presunzione di dare una spiegazione, ma lasciando aperta la soluzione».

Qual e la persona che le ha lasciato un segno tangibile?

«Giorgio Strehler e stato il mio angelo custode, e lo è tuttora. Mi diceva sempre: "Ricorda, qui noi facciamo il racconto di un personaggio che è il racconto dell'umanità". Mi ha portata nel mondo dell'onestà intellettuale, a credere solo in ciò che è necessario fare. Anche Gabriele (Lavia, ndr) è stato molto importante.
Comunque credo che basti essere aperti e curiosi e chiunque ti può aiutare a crescere e migliorare. Anche se sono trentatré anni che lavoro e vivo una vita piena, mi sento ancora la quindicenne che lavorava ne Il giardino dei ciliegi. Conservo ancora la sorpresa di quei tempi».

E ora il passaggio alla regia. Secondo lei e un'esigenza "fisiologica" comune a tutti gli attori cercare generi diversi di esperienza, oppure sono "casi" isolati e comunque personali?

«Per quanto mi riguarda, non userò la parola "regia". Pur essendo un mio film, non sono una regista. Il mio lavoro consiste soprattutto nel trasformare in immagini una visione, una fantasia che ho in mente, che spero di tradurre cosi com'è stata concepita, con liberta ed entusiasmo» .•

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